Mar
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Non è un comprensibilissimo desiderio etilico, bensì il nome di un quartetto friulano autore di un hip-hop stralunato che circa due-tre anni fa uscì con un disco chiamato `Il contingente` , e ora si ripresenta sulle scene con `Apotheke`, un piccolo gioiello elettroacustico diurnotturno…
`Ho fatto tanta ginnastica con l’effimero…`
Ebbene, la malattia rende pensosi. La febbre, la sensazione di prostrazione ed incapacità, nonché di totale abbandono al destino, può sciogliere anche le più dure perplessità. E , durante questi mesi, dubbi e paranoie si sono annidiate dentro di me rigogliose e luminescenti per aver trovato un certamente fertile terreno.
Sono molti mesi, forse più di un anno che non scrivo una canzone. Solo frammenti di progressioni armoniche spettrali. Frammenti fra loro sconnessi. E’ quasi impossibile dare un nome al caos appollaiato sulla mia fronte. Talvolta come una mano poco umana fuoriesce, e dalla fronte si allunga finchè non raggiunge l’ennesimo brandello di sé, un altro preziosissimo inestimabile pezzo di caos, lo afferra e , come la lingua del camaleonte, lo porta immediatamente nel Didentro.
Le parole affilate degli Amari aggiungono confusione alla pre-esistente confusione, così opto Arovane e il suo `Lilies`, ovvero Uwe Zahn e la descrizione in musica del suo one-week trip in Giappone.
Ogni volta che salgo sul palco mi chiedo se il dolore che provo è necessario o meno alla riuscita dello show. Mi chiedo se anche gli altri performers soffrano così quando si danno incondizionatamente al pubblico. E’ come se l’elemento dolore e l’elemento vergogna fossero diventati parti integranti di me da quando ho cominciato a fare questo lavoro. E qualcuno dice: chi te lo fa fare? Và in miniera! Và, e vedi come è bello lì! Fosse così semplice!
Qualche giorno fa ho rivisto, grazie ad un gentile e premuroso conoscente, un DVD della mia prima `apparizione` in pubblico cantando una canzone. Il video dipingeva la vita di montagna di una marmaglia di studenti piccoli e grandi in vacanza. Tutte facce note, bambini che con me condividevano la scuola e l’altezza, e non molto altro. Buffo, nel video non appaio neanche per un secondo. Non un brandello di volto. Nemmeno quando la telecamera entra nella mia camera , e la trova completamente vuota. Neppure quando canto per la prima volta di fronte a un pubblico, quando le luci sono completamente spente, wide shut, torce comprese `perché sennò Laura non canta`. E lì capisco cos’è successo nel tratto di tempo che separa Laura bambina da L’Aura grande: niente. Nessuna voglia di apparire, di essere guardata, ma solo di essere, di convolare il canto a nozze con l’aria, di raggiungere un po’ d’estasi, di rivivere le emozioni della bellezza. La confusione di una bambina con molta voglia di condividere se stessa con i suoi simili e la delusione di non poterlo fare. Ero portatrice di un canto potente, intonatissimo, acuto, decisamente migliore di adesso. Perché era libero e puro, come quello che solo alcuni bambini possono avere.
Non ho, non avrò mai una visione edulcorata taffettà rosa e piumino a stelle dell’infanzia. Nossignore. I bambini sono il seme, il succo concentrato di ciò che diverranno da adulti. Nel bene e nel male. Sono cresciuta in un luogo dove la diversità è sempre stata fortemente osteggiata, e forse è stato un bene, perché mi ha permesso nell’intimo di coltivare quello che sono, con tante insicurezze, ma , forse, anche qualche speranza.
Forse qualcuno s’aspettava che avrei parlato di Sanremo, o del tour, o del disco `imminente`, o dei VIPs, del gossip, o quant’altro, ma quello è materiale da giornalisti; lasciamo che siano loro a barcamenarsi con ciò che piace alla gente `normale`. ![]()
Tra due giorni ricomincia il tour. Come farcela con questa tosse? Tenendo ben stretta fra la mente e il cuore un immagine di felicità.
Per ora è tutto. Vi aspetto in quel dello Stivale!
Con affetto,
L’Aura
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